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Mississipi calling: Olginate è un po’ poco

       

Mettete una sera a cena, a mangiar salamelle e insalatina sui banconi rivestiti di carta da pacco, come a quelle belle e oneste feste dell’Unità, con la birra a garganella, l’aria finalmente più fresca e l’erba sotto i piedi.
Vedete: non c’è festa senza musica. E in posti come questi qui vi aspettereste  il Valzer rassicurante di zio Raoul, quella polka cantata da una signorina un po’ procace vestita di seta verdina, con qualche anno sulla fronte e una bella voce di quelle che usavano le nostre nonne per cantare fuori dal poggiolo.

E invece, no.

Arriva la Blues Road Band, che con la signorina un po’ procace non ha nulla a che vedere, e comincia la festa. Perché mentre mandate giù la seconda salamella vi giunge all’orecchio, vergine di una certa sonorità, una voce possente e suburbana che si tiene dentro cento sigarette.
E canta Feel my eyes on you, Hammerhead stew e Caledonia.

Vi resta la salamella a metà strada tra il palato e il gargarozzo. C’è la fretta di correre a sentire come mai non c’è la signorina con il vestito di seta verdino, ma senza rischiar di perdere la fila per la braciola.
Non importa, perché si sente qualcosa che non s’era mai sentita alle sagre di paese: la braciola può aspettare.

La BRB sorprende: suona con eleganza consumata, precisione, e quella volta che sentite arrivare una sbavatura la credete studiata e programmata nell’economia di tutto il sentimento vocale.

Ci sono cinque componenti, per lo più giovanissimi con una buona esperienza di Sala, la faccia tosta di chi non arriva a 30 anni, una tecnica corposa e precisa e sempre nel chiaro rispetto del pezzo: la chitarra di Paolo Giardiello non tralascia nulla anzi qualche volta aggiunge, spazia, si diverte con moderazione e garbo. Sarà merito della bandana.

C’è anche tempo per gli unplugged di una volta e piano piano viene fuori quel lento shuffle di Layla senza il famoso riff di Duane Allman: tutto diventa dolente e rilassato perché in fondo era per questo che Clapton l’aveva scritto ed era questo il suo spirito: Layla era Patti Boyd, fidanzata e infelice moglie di George Harrison. Clapton, che per lei perse letteralmente la testa, le dedicò un intero album - Layla and Other Assorted Love Songs- e, sempre per Patti, a matrimonio in pezzi  lo stesso Gorge Harrison scrisse la sua So Sad.

Pensate che per una donna così la BRB possa mai suonare sottotono?

La serata continua con Guard my heart (convincente) , Got you on my mind –più bluesly che mai-  Over the rainbow (forse la meno incisiva del concerto per via di una certa nostalgia degli occhioni della bucolica Garland che la canta sospirando al cielo tra le balle di fieno e le galline), You are so beautiful e una strepitosa Sweet home Chicago, che all’ultimo momento spenge tutte le luci della city e diventa Sweet home Olginate, con opportunistico e sfacciato campanilismo.

La gente- diffidente- si avvicina ad ogni canzone, riduce le distanze e poi – miracolo- balla, brandisce il bicchiere con la birra, muove il sedere e sorride.

Saluta, la BRB, e suona Hellhound on my trail come se ci fosse Robert Johnson ad applaudire appena sotto le lamiere: e forse un po’ c’è.

Qualcuno ha scritto che Johnson fece un patto con il diavolo: beh, a sentire quei cinque lì, scatenati e graffianti, eppure precisi, inglesi, orologiai delle note, viene da pensare che forse il Diavolo un pensierino ce l’ha fatto.

Sembra l’America delle gonne bianche a crinoline, dei sax sul Mississipi, delle sigarette e dell’umido dell’aria.

Mi sono ricordata all’improvviso che il blues è prima di tutto un’emozione costruita a tavolino, come la “Casa sulla cascata”. Quando Wright la progettò andava di moda pensare che l’architettura fosse un sistema formale precostituito: lui la pensò invece lieve e radicata al suolo, tagliata su misura per l’uomo proprio come un vestito dal sarto. 

Usò tutta la tecnologia moderna e aggiunse vetro, cemento e ferro. Usò pietra naturale per la base, cemento per i singoli piani e vetro per le pareti, e la Casa prese vita: lastre a sbalzo incernierate su una struttura portante verticale di pietra in vista.

Assomiglia ad un fiore forte che resiste alla forza della natura, ci vive e ci assomiglia.
La musica è così, e solo chi l’ascolta con la priorità di prenotar la salamella alla sagra di turno la sentirà emozionale, ma mai emozionante.
La musica emozionante non è mai casuale: a volte è solo precoce negli anni di chi la suona, come in questo caso.

Si può solo immaginare che dietro quel concerto da orefici musicali ci fossero ore passate in sala prove a far quadrare il meccanismo maniacale delle note.

La chitarra è magica, le tastiere decisive, la batteria entusiastica, il basso sexy (conoscete un suono meno sensuale del pollice che batte sulla corda del basso? Vi sfido).
Un insieme trascinante, perfetto, sorprendente, con un sound che ha personalità e rispetto per chi ascolta.

Questi ragazzi sono come una chiara fresca birra in un mezzogiorno di Agosto. Umili, entusiasti, sanno fare il loro dovere fino in fondo, dal montare gli strumenti, al check, alla risoluzione dei piccoli/grandi problemi tecnici. La musica è una farfalla nella pancia, come l’amore.

Che il Sindaco mi perdoni: Olginate è un po’ poco per tutto quel Mississipi.
 

Monica Auriemma
www.ilibrintesta.it


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